Le Città Invisibili (rivisitato)
Spoiler Alert (Articolo dedicato ai Dungeon Master)
Che
accade quando qualcuno ci chiede di pensarci personaggi di storie fantastiche,
le cui qualsivoglia piccole radici affondano da qualche parte dentro di noi? Che
l’immaginazione è sempre lì, al limite della nostra visione periferica, mentre
facciamo altro, viviamo la quotidianità, guardiamo alla concretezza, alle cose
reali.
E
tuttavia, abbiamo un cervello che, se ascolta la frase “non pensare
all’elefante”, realizza una specie di magia logica, sovvertendo il significato
e la grammatica di una semplice frase e riuscendo in un intento caparbio.
Storie
di draghi, maghi, orchi terribili ed elfi magnifici, nani munifici e donne e
uomini esattamente come noi, anche se esistenti in maniera fittizia, in un
panorama fantastico, in senso stretto e in senso lato, prendono forma e vita: la
fiaba sfiora tutte le menti che l’ascoltano.
Alcune
di queste menti si destano un attimo, come il fiore assetato, la cui corolla
torna al giusto splendore se riceve acqua. A volte non si contentano tuttavia
di un sorsetto ma vogliono farsi irrigare di continuo e irradiare dal sole di
questi luoghi lontanissimi. Vogliono essere sé stesse e qualcun altro o
qualcos’altro, in un immaginario altrove. Un piede in due scarpe, il meglio di
entrambe se possibile.
Il
mondo del gioco di ruolo, come quello della fiaba, si appropria a piene mani di
questi luoghi, a volte inventandoli di sana pianta, a volte affidandosi alla
letteratura già pubblicata. Con una semplice ricerca, chiunque può scaricare
storie e immagini di città fantastiche, farne creare a un’AI, sulla base di
poche indicazioni, ottenere mappe e planimetrie dettagliate. Chi deve guidare
un gruppo di personaggi entro queste città, quanto le conosce? Che logica si
trova dietro le loro forme, quali impulsi guidano i suoi abitanti?
Il
nucleo di queste poche (?) righe è proprio qui: figli (e zii) della civiltà
touch, siamo abituati ad avere tutto e subito questo tipo di materiale, quando
invece sarebbe meglio e bello “costruirselo”.
Perché bello?
Perché ci si
determina, si compie un atto di pura libertà, non costretti da alcun vincolo,
reale o immaginario (siamo nel mondo della magia!) ed inoltre, disegnando,
scrivendo, scarabocchiando, si costringe il nostro cervello ad andare
“fisicamente” lì, a percorrere le strade della città sul lago, del sotterraneo
infestato, delle montagne abitate dai draghi e a “vedere” coi propri occhi ciò
che vuole che in qualche modo esista, giustificandone le forme, la storia e i
suoi abitanti.
La città di Almorel, sul Lago delle Nebbie, è attraversata
dalla Via Dorata, che conduce nell’estremo Oriente del continente del Faerun:
dove passa questa via in città?
Ci sono dei serragli per posteggiare le
carovane?
Ci sono molte porte d’ingresso alla città?
Che profilo ha da lontano?
Quali decorazioni la caratterizzano?
Come suona la lingua parlata dai suoi
abitanti?
Quali stendardi e blasoni garriscono al vento delle case dei nobili?
Un
abbozzo di mappa, mostra come vi si possa immaginare una zona di transito delle
carovane e una più interna. Chiaro che gli abitanti non vogliono traffico
dentro le mura: le sue famiglie nobiliari appartengono a una cultura decadente
da secoli e vivono in splendide dimore, tra ruderi sparsi ovunque, in ogni
quartiere, tra alti e bassi vertiginosi. Non si fidano nemmeno di ciò che vive nel lago, gli isolotti di
fronte alle spiagge grigie della città sono protetti da mura e torri di
vedetta.
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Le porte sono splendidamente fortificate, simili a certi edifici della reale Samarcanda, sulla Via della Seta. |
Il
progetto perciò prosegue, con un tema di colori e forme, con i suoi alti e
bassi, con i quartieri poveri, addossati alle mura, quasi un sentore polveroso
in bocca, con canali navigabili da piccole barche, gli edifici peculiari del
governo, costruiti con legno che profuma di una resina esotica, dei templi di
ogni dio venerato con preghiere che suonano aliene ma non astruse e delle case
delle comunità di semiumani che qui abitano.
Tutto
continua a prendere colore e prosegue, quasi da solo, prendendo vita, dato che
i primi abitanti che si posizionano qui, chiedono cose per il loro fabbisogno,
cibo, difesa, divertimento, amore, speranza: tutto ciò si esige da sé e più la
città si complica, più diventa facile.
Parafrasando
Calvino, dal suo libro che dà il nome a quest’articolo, immaginare una città è
immaginare un insieme di caratteristiche peculiari che vengono da una sorta di catalogo
delle forme, il quale poi ci aiuta a costruire altre città che stanno
intorno alla prima, in cui ognuna occupa una sorta di nicchia “ecologica”, una
scacchiera in cui ogni pezzo deve giocare la sua partita secondo le sue
caratteristiche, dandogli così senso d’essere e identità unica. Un mondo
intero, alla lunga.
Povero
touch.
- Giuseppe Dopo-
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